Andiamo con ordine: tra i paesi europei di maggior “peso politico”, vale a dire Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna, si può notare come i primi due paesi siano fortemente contrari all’entrata della Turchia in Europa, giustificata da una serie di violazioni dei diritti umani e dalla differenza culturale tra i popoli; gli altri tre paesi appoggiano invece in pieno il possibile ingresso, soprattutto per le possibilità economiche che questo comporterebbe.
Da più parti il no di tedeschi e francesi è ritenuto però il frutto della paura di rompere quell’asse franco-tedesco che governa di fatto l’Unione, di perdere quella centralità che Berlino e Parigi hanno da sempre avuto nello svolgimento del potere europeo.
Se fin qui ci si è limitati a spiegare le ragioni dei favorevoli e contrari, occorre però giudicare la questione da un punto di vista maggiormente oggettivo, senza dar rilievo ai “giochi di potere” interni all’Ue.
La Turchia, oltre ad essere un paese fortemente instabile, e lo testimoniano anche i gravissimi problemi relativi alla rielezione di Erdogan a capo del governo turco, è anche uno stato islamicizzato con valori radicati nella cultura popolare che faticano a divenire indipendenti rispetto alle questioni politiche.
Inoltre, bisogna dar rilievo al fatto che in Turchia vige ancora la pena di morte, strumento da decenni ripudiato dall’intera Europa e che trova forte divieto anche in vari trattati internazionali che lo etichettano come strumento che viola i diritti inviolabili dell’uomo. Occorre anche ricordare che la Turchia nel corso dei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, ho attuato una sanguinosa repressione della minoranza curda (la legge turca impedisce a questa popolazione di utilizzare la propria lingua, inoltre sono loro negati altri diritti per via della loro origine etnica; infine, si stima che circa 250.000 curdi siano stati torturati ed uccisi dalle forza armate turche per ragioni politiche) ed anche una repressione della minoranza armena.
Questi fattori, sommati anche alla profonda differenza di cultura che sfocia purtroppo in maniera frequente in atti di vera barbarie, come la persecuzione a fini religiosi e la grave violazione dei diritti della donna, sono prova incontrovertibile dell’assoluta impossibilità di trovare anche solo un punto di incontro tra due mondi diversi, difficilmente amalgamabili.
Come si può dare la possibilità ad un paese profondamente islamicizzato, che commette violazioni frequenti dei diritti umani e eccidi di massa di entrate nell’Unione Europa?
Siamo pronti a calpestare tutte le ragioni etiche e morali proprie della nostra cultura soltanto per il fine economico?
Di fronte a questi interrogativi occorre riflettere; la Turchia non è certo pronta all’ingresso nell’Ue, lo sarà soltanto quanto avrà risolto i suoi gravissimi problemi interni e si sarà uniformata a quelli che sono gli ideali etici e morali che l’Unione Europea porta avanti ormai da oltre mezzo secolo.
Da più parti il no di tedeschi e francesi è ritenuto però il frutto della paura di rompere quell’asse franco-tedesco che governa di fatto l’Unione, di perdere quella centralità che Berlino e Parigi hanno da sempre avuto nello svolgimento del potere europeo.
Se fin qui ci si è limitati a spiegare le ragioni dei favorevoli e contrari, occorre però giudicare la questione da un punto di vista maggiormente oggettivo, senza dar rilievo ai “giochi di potere” interni all’Ue.
La Turchia, oltre ad essere un paese fortemente instabile, e lo testimoniano anche i gravissimi problemi relativi alla rielezione di Erdogan a capo del governo turco, è anche uno stato islamicizzato con valori radicati nella cultura popolare che faticano a divenire indipendenti rispetto alle questioni politiche.
Inoltre, bisogna dar rilievo al fatto che in Turchia vige ancora la pena di morte, strumento da decenni ripudiato dall’intera Europa e che trova forte divieto anche in vari trattati internazionali che lo etichettano come strumento che viola i diritti inviolabili dell’uomo. Occorre anche ricordare che la Turchia nel corso dei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, ho attuato una sanguinosa repressione della minoranza curda (la legge turca impedisce a questa popolazione di utilizzare la propria lingua, inoltre sono loro negati altri diritti per via della loro origine etnica; infine, si stima che circa 250.000 curdi siano stati torturati ed uccisi dalle forza armate turche per ragioni politiche) ed anche una repressione della minoranza armena.
Questi fattori, sommati anche alla profonda differenza di cultura che sfocia purtroppo in maniera frequente in atti di vera barbarie, come la persecuzione a fini religiosi e la grave violazione dei diritti della donna, sono prova incontrovertibile dell’assoluta impossibilità di trovare anche solo un punto di incontro tra due mondi diversi, difficilmente amalgamabili.
Come si può dare la possibilità ad un paese profondamente islamicizzato, che commette violazioni frequenti dei diritti umani e eccidi di massa di entrate nell’Unione Europa?
Siamo pronti a calpestare tutte le ragioni etiche e morali proprie della nostra cultura soltanto per il fine economico?
Di fronte a questi interrogativi occorre riflettere; la Turchia non è certo pronta all’ingresso nell’Ue, lo sarà soltanto quanto avrà risolto i suoi gravissimi problemi interni e si sarà uniformata a quelli che sono gli ideali etici e morali che l’Unione Europea porta avanti ormai da oltre mezzo secolo.
(nella foto manifestazione del 29 aprile 2007 ad Ankara per riaffermare la laicità dello stato)