lunedì 7 maggio 2007

La questione turca

Di fronte agli innumerevoli scontri riguardo alla possibile entrata nell'Unione Europea della Turchia, ultimo in ordine cronologico è quello tra i due candidati all'Eliseo in Francia Segolene Royal e Nicolas Sarkozy (con la prima favorevole e il secondo contrario) che si sono combatutti anche su questo particolare fronte, occorre analizzare non soltanto la questione economica, che certo verrebbe favorita dall'espansione dell'Ue verso est e sopratutto verso i paesi petroliferi arabi, ma bisogna prioritariamente riflettere sui fattori morali e culturali propri della "questione turca".
Andiamo con ordine: tra i paesi europei di maggior “peso politico”, vale a dire Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna, si può notare come i primi due paesi siano fortemente contrari all’entrata della Turchia in Europa, giustificata da una serie di violazioni dei diritti umani e dalla differenza culturale tra i popoli; gli altri tre paesi appoggiano invece in pieno il possibile ingresso, soprattutto per le possibilità economiche che questo comporterebbe.
Da più parti il no di tedeschi e francesi è ritenuto però il frutto della paura di rompere quell’asse franco-tedesco che governa di fatto l’Unione, di perdere quella centralità che Berlino e Parigi hanno da sempre avuto nello svolgimento del potere europeo.
Se fin qui ci si è limitati a spiegare le ragioni dei favorevoli e contrari, occorre però giudicare la questione da un punto di vista maggiormente oggettivo, senza dar rilievo ai “giochi di potere” interni all’Ue.
La Turchia, oltre ad essere un paese fortemente instabile, e lo testimoniano anche i gravissimi problemi relativi alla rielezione di Erdogan a capo del governo turco, è anche uno stato islamicizzato con valori radicati nella cultura popolare che faticano a divenire indipendenti rispetto alle questioni politiche.
Inoltre, bisogna dar rilievo al fatto che in Turchia vige ancora la pena di morte, strumento da decenni ripudiato dall’intera Europa e che trova forte divieto anche in vari trattati internazionali che lo etichettano come strumento che viola i diritti inviolabili dell’uomo. Occorre anche ricordare che la Turchia nel corso dei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, ho attuato una sanguinosa repressione della minoranza curda (la legge turca impedisce a questa popolazione di utilizzare la propria lingua, inoltre sono loro negati altri diritti per via della loro origine etnica; infine, si stima che circa 250.000 curdi siano stati torturati ed uccisi dalle forza armate turche per ragioni politiche) ed anche una repressione della minoranza armena.
Questi fattori, sommati anche alla profonda differenza di cultura che sfocia purtroppo in maniera frequente in atti di vera barbarie, come la persecuzione a fini religiosi e la grave violazione dei diritti della donna, sono prova incontrovertibile dell’assoluta impossibilità di trovare anche solo un punto di incontro tra due mondi diversi, difficilmente amalgamabili.
Come si può dare la possibilità ad un paese profondamente islamicizzato, che commette violazioni frequenti dei diritti umani e eccidi di massa di entrate nell’Unione Europa?
Siamo pronti a calpestare tutte le ragioni etiche e morali proprie della nostra cultura soltanto per il fine economico?
Di fronte a questi interrogativi occorre riflettere; la Turchia non è certo pronta all’ingresso nell’Ue, lo sarà soltanto quanto avrà risolto i suoi gravissimi problemi interni e si sarà uniformata a quelli che sono gli ideali etici e morali che l’Unione Europea porta avanti ormai da oltre mezzo secolo.
(nella foto manifestazione del 29 aprile 2007 ad Ankara per riaffermare la laicità dello stato)

giovedì 3 maggio 2007

Gli stipendi dei politici e la crisi economica

Prendendo spunto dalla puntata di ieri sera del programma di canale5 Matrix condotto dall’ex direttore del Tg5 Enrico Mentana, vorrei riflettere sui costi della politica italiana.
Appena 1 anno fa, quando Prodi vinse le elezioni e Padoa Schioppa fu nominato Ministro dell’Economia, subito si avvertì la necessità da parte del Ministro di risanare i conti pubblici italiani, totalmente devastati, così come ci chiedeva anche l’Unione Europea.
Si chiese uno sforzo al popolo italiano tutto, e l’aumento della pressione fiscale introdotto fu giustificato proprio dalla necessità di questo risanamento economico.
A fronte di questa situazione, ieri osservando la puntata del programma di Mentana, ho notato un netto stridere con i costi della politica italiana, assolutamente abnormi e fuori da ogni logica: ad esempio è stato detto che i parlamentari italiani guadagnano più del doppio dei colleghi francesi e tedeschi, addirittura fino al 2000% in più dei “poveri” deputati polacchi (144.000 euro di quelli italiani contro appena 7.370 dei polacchi all’anno)!
Se queste cifre assurde sono condannate dalla stragrande maggioranza della popolazione (secondo l’inchiesta della Swg, l’87% della popolazione italiana ritiene che i politici siano sovrapagati, e solo il 13% ritiene invece adeguati i loro stipendi, percentuale che scende appena al 7% nella fascia d’eta 18-24 anni), anche l’UE sta prendendo di petto la questione, ed ha promesso tra il 2007 e il 2008 il livellamento degli stipendi degli europarlamentari di tutti i Paesi membri dell’Unione Europea.
Ma non basta: quando finalmente saranno ridotti i compensi a livello europeo dei politici nostrani, cosa accadrà per quanto riguarda i deputati di Camera e Senato?
Probabilmente nulla, tutto rimarrà com’è adesso.
Si comprende allora che se un passo è stato fatto, questo non è che il primo di una lunga serie…
Da qui voglio ricollegarmi a quel che dicevo in apertura: i costi della politica, enormi ed esagerati rispetto a tutti gli altri Paesi europei, sono in evidente contrapposizione con la situazione precaria che l’economia italiana sta attraversando; siamo sicuri che chiedere nuove tasse ad un operaio che guadagna 1.000 euro al mese sia il modo migliore per risanare i conti italiani, quando in generale la classe politica italiana guadagna in media 10.000 euro al mese?

(Nella foto striscione di protesta durante una manifestazione a Milano il 18 ottobre 2002)

martedì 1 maggio 2007

1° Maggio: festa partitica o apartitica?

Nel marasma politico del primo Maggio a cui ormai siamo abituati, una domanda viene alla mente: è o no questa "festa" di natura politica o può trascendere da ogni partitica rivendicazione?
Forse la maggioranza della popolazione ricomprende questa ricorrenza del calendario come una manifestazione degli ideali del centro-sinistra, proponendo l'equazione sindacati=sinistra e conseguentemente sinistra=lavoratori, contrapposto al binomio destra=imprenditori.
Ci si chiede allora il perchè di questa contrapposizione che non solo appare forzata nei modi, ma così ostentata da risultare patetica e insignificante. Si, perchè sfido a ricomprendere tutti gli imprenditori nello schieramento del centro-destra, e tutti i lavoratori nel centro-sinistra.
E allora perchè non creare una "festa di tutti", dove tutti possano sentirsi rapprensentati e protagonisti, perchè continuare sulla strada della contrapposizione a tutti i costi?
Questo distacco è certamente l'opera, consapevolmente creata e nutrita, dei partiti che non perdono occasione per "fare campagna elettorale", per rivendicare la natura partitica di eventi che certo dovrebbero essere popolari ma che per questi faziosismi finiscono per essere "sentiti" solo da una parte dei cittadini, contrapponendosi a tutti coloro che nel centro-sinistra non si riconoscono.
E allora mettiamo la parola fine al primo Maggio come espressione della giornata dell' "orgoglio della sinistra", e allarghiamo la sua accezione a festa comune e inscindibile di tutti i cittadini italiani, indipendentemente dalla collocazione partitica e da sterili e inutili faziosismi.
Utopia? Forse, ma io continuo a crederci.